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“QUATTRO SALTI IN GHORRASA”
Andare ad una festa sudanese durante il Ramadan non significa
propriamente prepararsi per le 20.30-21.00 come ci verrebbe
normale pensare, bensì presentarsi al convito poco
prima del calare del sole ed aspettare insieme il canto
del Muezzin per dare inizio al fatur. Fatur è un
termine che a noi piace moltissimo: viene usato da queste
parti per indicare genericamente una sosta mangereccia,
dalla colazione allo spuntino, alla siesta serale che dà
il via ai banchetti notturni del mese di digiuno islamico.
Per quanto costituiamo una cellula assolutamente indipendente
dal ménage del villaggio e ci guardiamo bene dall’astenerci
da cibo e acqua per tutta la durata del giorno (anche perché
ne moriremmo vista la fatica del lavoro sul campo!), accettiamo
comunque sempre - e volentieri! - l’invito dei nostri
più o meno vicini per gustare, oltre ai sapori locali,
anche la compagnia e l’ospitalità di questa
gente.
A volte, la notizia della presenza di hauagia nell’arco
di qualche chilometro viene comunicata a trotto d’asino
ed è così che, a distanza di un mese circa
dal nostro arrivo, veniamo invitati addirittura nei villaggi
limitrofi. E’ il caso ad esempio di venerdì
scorso che ci ha visti ospiti di una famiglia a qualche
chilometro da qui. Ad essere sinceri, solo le donne erano
state coinvolte, per cui noi (Chicca ed Ilaria) ci siamo
“sacrificate” a nome della missione ed abbiamo
accompagnato la nostra ispettrice - e amica - Habab. L’accoglienza
è stata deliziosa come al solito: una decina di donne
avvolte in variopinti Tob (il costume tradizionale femminile
sudanese) che scoprivano solo i tratti somatici e le scarificazioni
tribali dei loro volti. Verso il tramonto le case nubiane
di bianchi muri arrotondati dell’erosione del vento
sprigionano un senso di intimità legato all’essenzialità
di questi cortili circondati da piccoli nuclei di stanze.
Appena entrate, e dopo i riti di saluto - sempre molto energico
- ci hanno fatto accomodare sui letti disposti a ferro di
cavallo lungo i muri di un portico. Fortunatamente, attraverso
Habab potevamo comunicare qualcosina in più rispetto
allo sguardo ebete e al solito: <<Tamàm?>>
(<<Tutto bene?>>).
Al calare del sole, puntuali sono arrivate due donne con
dei grandi vassoi circolari contenenti le varie pietanze:
al primo posto non poteva mancare la ghorràsa, una
sorta di pane/polenta appiattito e adagiato all’interno
di una casseruola per accogliere un sugo di carne e verdure
dai sapori diversi a seconda della ricetta e della cuoca.
Altre scodelle contenevano l’immancabile ful, ceci,
alcune salsine a base di baamia e datteri.
Nel mondo sudanese non esistono le posate per mangiare:
ciascuno si serve direttamente dall’unico piatto al
centro della stuoia e con la mano destra strappa un pezzo
di pane che andrà ad “abbracciare” il
companatico.
Per quanto paradossale, le nostre convitate si limitavano
a piccoli bocconi per aprire gradualmente lo stomaco, mentre
noi due scavatrici-buongustaie, pur con una prima colazione
ed un pranzo alle spalle, ci tuffavamo sul cibo dando immensa
soddisfazione alle cuoche che avevano cucinato soprattutto
per noi.
Ormai era buio, Venere splendeva all’orizzonte e i
noccioli di dattero sparsi sulla stuoia decretavano la fine
del banchetto. Non avendo grossi temi di conversazione,
proponemmo loro di cantarci qualche canzone locale al ritmo
dei nostri battiti di mani, in cambio di una canzone italiana.
Non potevamo scegliere altro che Nel blu dipinto di blu
di Modugno, ignota finora solo a Kasura e dintorni. Fortunatamente
il nostro show venne interrotto dai ritmi trainanti della
musica indigena, ora trasmessa da una mega-radio allestita
per l’occasione. Le donne ballavano in cerchio, i
maschi giovani si esibivano separatamente, tutti trasportati
dalla festa improvvisata. E’ davvero emozionante vedere
come la musica funge da collante culturale, sostituendosi
ad una lingua comune ormai dimenticata.
Giunta l’ora di tornare a casa, non avendo neppure
la groppa di un asinello per arrivare fino alla nostra amata
Kasura, ci venne in soccorso un signore gentile alla guida
di un macchinone internamente accessoriato con ogni sorta
di festone di carta variopinta, come si usa da queste parti,
ma questa volta - possiamo assicurarvi - era davvero troppo:
una fila di tre lampadari di carta pendeva dal tettuccio
dell’abitacolo, mazzi di fiori di plastica addobbavano
il cruscotto ed uno straordinario profumo di incenso si
spargeva ad allietare le nostre narici. Ma una volta acceso
il motore ci accorgemmo che quel fumo inebriante non era
sufficiente a celare un soffocante odore di gas della macchina,
come se la marmitta avesse lo scarico proprio al nostro
fianco. Alla prima casa del nostro villaggio ci facemmo
aprire le porte con la scusa che dovevamo telefonare e salutammo
il nostro autista ringraziandolo per il passaggio.
Queste ed altre ancora le vicende mondane che ci vedono
protagonisti.
Un bacio a tutti!
Chicca ed Ilaria
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