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CARTOLINA DAL SUDAN

Eccoci, finalmente, a raccontarvi le nostre imprese.
Siamo arrivati a Khartoum il 18 ottobre, dopo un lungo viaggio, durato una giornata e mezza e una tappa a Doha, in Qatar.
L’arrivo a Khartoum e il disbrigo delle pratiche in aeroporto sono proceduti senza intoppo alcuno e all’uscita erano ad accoglierci due carissimi amici, Lina e Paolo. Ci hanno aperto le porte della loro casa come se fossimo uniti da anni di frequentazione. Non ci saremmo mai aspettati tanto e non è facile trovare parole per esprimere loro la nostra riconoscenza.
Altri due carissimi amici, Ilaria e Fabio, hanno offerto ospitalità a due membri del nostro team. Possiamo solo dire che senza il loro aiuto tutto sarebbe stato più difficile.
Vediamo di presentarvi un po’ i membri di questa missione archeologica in Sudan.
Io (Donatella) e Sandro, cerchiamo di tenere a freno la vitalità dei giovani Ilaria, Simone e Timothy. Federica e Luca ci raggiungeranno fra qualche giorno. Luana, la nostra restauratrice, si unirà a noi solo nella seconda parte della nostra campagna.

Io (Donatella, Fig. 1) lavoro in Sudan ormai da 14 anni, ma solo quattro anni fa sono riuscita a mettere in piedi un mio progetto di ricerca sostenuto dall’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. Sandro (Fig.2), con tanti anni di esperienza archeologica in paesi medio orientali, ma dalle mille curiosità nel campo archeologico, ha deciso, quattro anni fa, di partecipare a questa avventura con un impegno particolare nello scavo della necropoli neolitica di R12 finanziata dal Centro Veneto per lo Studio delle Civiltà Classiche e Orientali, progetto che nasce dalla collaborazione con il collega Derek Welsby della Sudan Archaeological Research Society di Londra.


Ilaria (Fig. 3), la più giovane del gruppo, compirà i suoi 22 anni il due dicembre qui a Kasura, speriamo che questa esperienza di vita e di lavoro possa diventare per lei un dono di compleanno. È arrivata a far parte della missione dopo un’accurata selezione nella quale ha avuto un po’ di peso, non lo nascondo, il suo essere sarda. Ebbene si, anch’io sono sarda e i sentimenti che mi legano alla mia terra sono molto profondi.
Scusate questa mia digressione!
Simone (Fig. 4), di 23 anni, meglio noto come simonrha, è uno studente dell’Università di Pisa che aveva lasciato un messaggio nella bacheca del sito, lo scorso anno, chiedendo di poter partecipare al nostro progetto. La fortuna ha voluto che si creasse uno spazio per accoglierlo tra di noi.
Timothy Galloway (Fig. 5), dall’altisonante nome americano, è il nostro napoletanissimo antropologo alla sua prima esperienza in Africa. Il suo entusiasmo, lo sguardo sornione, tradiscono un’acuta intelligenza.


Federica (Fig. 6), un’altra antropologa, ci segue fin dai nostri primi passi. Amiamo definirla “forza della natura” per la grande passione e dedizione che mette in ogni cosa che fa.
Luca (Fig. 7), che ha già qualche esperienza di scavo all’estero, in Siria, ha dimostrato particolare interesse per questo mondo che ha conosciuto solo di sfuggita attraverso alcuni seminari all’Università di Venezia.
Luana (Fig. 8), la restauratrice, con una grandissima esperienza anche nello scavo archeologico, ha lavorato in varie parti del mondo, dalla Tunisia all’Uzbekistan, ma, fortunatamente per noi, non ha ancora visitato il Sudan per cui ha accettato con piacere il nostro invito.


Questa è dunque la nostra “formazione”, per usare un gergo che piace molto ad un’Italia ossessionata dal calcio. In verità, un’altra persona, una collega dell’Università di Monaco, Nadja, che si occuperà dello studio delle numerose ossa di animale che abbiamo trovato e troveremo nel mostro scavo, ci raggiungerà negli ultimi 15 giorni della nostro lavoro sul campo.
Lavoreremo duro per portare a casa dei buoni risultati, ringraziando i nostri due sponsor, la GASID e AREA OFFICE, per il loro instancabile sostegno.


Permanenza a Khartoum e partenza per Kasura.

Ci siamo fermati a Khartoum cinque giorni. Naturalmente la sera del nostro arrivo ne abbiamo approfittato per riposarci, dopo la ricchissima cena offertaci da Lina e un po’ di chiacchiere con gli tutti gli amici che ci aspettavano in Sudan.
Il giorno seguente, un po’ spaventati dalle temperature sudanesi, abbiamo cominciato, timidamente, a sbrigare le numerose pratiche burocratiche che avremmo dovuto assolvere prima di muovere i nostri passi verso la Nubia. In primo luogo, come d’obbligo, la visita al direttore delle Antichità del Sudan, Hassan Hussein Idriss; poi la registrazione della nostra presenza alla “questura” locale, l’estensione dei visti e varie altre formalità.
Sono stati cinque giorni abbastanza sofferti soprattutto per il gran caldo e per le lunghe attese negli uffici. Abbiamo potuto pianificare la nostra partenza solo dopo che ci è stata assegnata un’ispettrice dalle Antichità locali e dopo che ci sono stati riconsegnati i nostri passaporti con il visto esteso fino al 21 di dicembre, data del nostro rientro.
La nostra ispettrice, persona assai graziosa e simpatica, si chiama Habab Idriss Ahmed (Fig. 9). Sembra che al nostro gruppo siano destinate solo donne!!! Anche lei è una forza della natura!
Tra un pranzetto e l’altro, organizzato dalla dolcissima Lina, siamo riusciti a stabilire il giorno della nostra partenza: la mattina del 23, sveglia alle 4 del mattino. Nessuno di noi era particolarmente felice all’idea, tanto più che, come succede di solito, non si riesce mai ad andare a letto abbastanza presto da accumulare qualche buona ora di sonno per affrontare il viaggio ben riposati. Ed infatti siamo andati a letto a mezzanotte!!!
Simone e la nostra ispettrice sono partiti per Dongola con un autobus locale, una nuova compagnia che ha dei potentissimi Mercedes capaci di “volare” sulle dune del deserto e, udite udite, hanno l’aria condizionata! Noi (io, Sandro, Ilaria e Timothy) siamo partiti con la Land Rover e il carico di scorte di cibo, apparecchi fotografici, stazione totale e quant’altro ci serve per affrontare lo scavo del nostro sito archeologico.
Il viaggio con la macchina è stato lunghissimo. Poco prima di partire ci siamo accorti che la macchina perdeva del liquido ma, un po’ incoscientemente, abbiamo deciso di partire ugualmente sperando nella fortuna che aiuta gli audaci. Dopo qualche ora ci siamo fermati per rifocillarci un pochino e sgranchire le gambe. In quel momento abbiamo realizzato che la perdita era aumentata notevolmente. Ad un’attenta ispezione siamo riusciti a capire l’origine del problema: una guarnizione del filtro del gasolio mal funzionante. Non essendo nessuno di noi abile con i motori abbiamo optato per l’unica soluzione possibile: arrivare a Tam Tam, il primo grosso villaggio lungo la strada per il nord, sperando di trovare qualcuno che ci potesse dare una mano. Abbiamo percorso il tratto di strada che ci separava da questa meta con un po’ di apprensione. Una volta giunti a Tam Tam abbiamo cercato la “pompa di benzina” e chiesto dove potevamo trovare un meccanico. Sentendoci dire che non ce n’era alcuno abbiamo avuto un attimo di paura e visto lo spauracchio di un viaggio più avventuroso del solito apparire ai nostri occhi. Ma i sudanesi sono un popolo dalle mille risorse e coloro che lavoravano nella pompa di benzina hanno deciso di darci una mano mostrando un’abilità da meccanici professionisti e risolvendo il nostro problema in meno di un’ora. Quando abbiamo tentato di dare loro dei soldi hanno rifiutato categoricamente facendoci capire, così mi è parso nel mio arabo stentato, che “per gli amici si fa questo ed altro”. Sono stati, invece, felicissimi all’idea di una fotografia tutti
insieme (Fig. 10).
Il resto del viaggio è proceduto senza intoppi, ma molto lentamente. Dopo 400 km, una volta giunti in prossimità di Debba, la strada asfaltata si interrompe e ci sono circa centocinquanta chilometri di pista che la nostra Land Rover, che viaggia ad una velocità di crociera che non supera i 70km/ora, ha coperto in tre ore!!! Siamo arrivati a destinazione alle otto della sera. I nostri due che hanno viaggiati nell’autobus sudanese erano arrivati ben sei ore prima!!
Alle nove siamo riusciti ad attraversare il Nilo per raggiungere Kasura dove Selim il nostro padrone di casa, ci aspettava già da qualche ora. Dopo aver scambiato incomprensibili saluti in arabo, italiano e inglese ci siamo accasciati nei nostri letti sistemati nel giardino della casa per risvegliarci il mattino seguente ancora terribilmente frastornati dal viaggio e con l’ansia di organizzare la nostra vita quotidiana.